A Tugello
Racconti di vita di Giovanni Repetto
Giovanni Repetto (1931-2024), nel corso degli anni, ha generosamente condiviso testimonianze e ricordi di una lunga vita, trascorsa tra le cascine Tugello e, a partire dal 1971, Merigo (Bosio, Alessandria).
Questi racconti hanno rappresentato un contributo originale per la realizzazione di studi e documentari sull’area di Marcarolo, in molti casi curati dall’Ente di gestione delle Aree Protette dell’Appennino Piemontese – Ecomuseo di Cascina Moglioni.
Di seguito si propone una sintesi dell’intervista rilasciata a Paolo Ferrari, scrittore e ricercatore delle culture tradizionali locali, Laura Gola, tecnico faunistico presso l’Ente di gestione delle Aree protette del Po piemontese e Antonio Scatassi, guida naturalistica, nell’ambito di una ricerca da loro condotta sulla fauna, sugli ambienti naturali e antropici, sulle tradizioni del territorio compreso tra l’Appennino e il Po.
A Tugello vivevano due famiglie; Giovanni era nato là, così come i suoi fratelli e prima di loro suo padre.
“A Tugello noi eravamo in cinque e i vicini erano in sei; nel 1906, c’erano quattro famiglie, poi è bruciato e ne sono rimaste due.”
Lassù, la principale attività economica era legata al taglio e alla vendita del legname.
La legna veniva trasportata sui carri, trainati da una coppia di buoi, fino a Ovada, Silvano d’Orba e Castelletto d’Orba dove veniva acquistata per alimentare i forni e riscaldare le abitazioni. Si partiva di notte, intorno alle due, perché gli animali – così carichi – procedevano molto lentamente e si rientrava talvolta a buio.
“Si tagliava della legna… si raccoglieva tutto, che ci rimaneva pulito come qua. (…) Da Tugello si partiva al massimo alle due con i buoi perché il carro era al Lago Vecchio pronto (già carico). (…) Se la legna era promessa, uno veniva a casa di giorno e sennò poteva anche arrivare a casa a mezzanotte perché i buoi non è che volano, quando hanno fatto 150 metri, bisogna lasciarli fermare: sono carichi. (…) A tagliare legna ho cominciato che avrò avuto nove anni.”

Per la stufa di casa, invece, si usavano perlopiù gli scarti, i pezzi di legno che non si potevano commerciare.
“Quando pioveva e veniva il Gorzente grosso, portava giù dei rametti così; (…) lì, a Brignoleto, quelli che buttava dalle parti si raccoglievano tutti, si mettevano sul carro e si portavano a casa da bruciare.”
Come si diceva, Giovanni, da bambino, lavorava con suo padre e frequentava la scuola solo quando in famiglia non vi erano attività più urgenti da svolgere.
“Oggi andavo a scuola, arrivavo a casa, (e subito) a cercare le pecore e le capre! Arrivavo a casa che era buio. Se tutto andava bene, può darsi che all’indomani andassi a scuola, ma se (mio padre) aveva il carro pronto da andare a Silvano o a Ovada, all’una e mezza mi chiamava e via con lui… è un modo di mandare i bambini a scuola, quello? Cosa mi è servito? Niente!”
La scuola era a Capanne, a un’ora e mezza di cammino, ma allora si era abituati a camminare tanto, fin da piccoli, anche di notte, talvolta da soli, “ed è una bella cosa perché se uno ha paura… (…) mio papà diceva a mia mamma di non mettere paura ai bambini”. Nonostante le responsabilità quotidiane, vi erano tuttavia dei momenti dedicati al gioco. “Con le pietre, quando pioveva e i rii buttavano, ci mettevamo lì, si faceva un lago… si faceva una diga.”
Nella cascina Tugello si conduceva un’economia di sussistenza: si allevavano galline, capre, pecore, una mucca e due buoi, mentre nei pressi della sorgente, si faceva l’orto; si seminava anche il grano, ma i sette-otto quintali prodotti non erano sufficienti e quindi era necessario acquistarne una parte. La macinazione avveniva inizialmente presso il “Mulino Vecchio” e, a partire dal 1957, al “Mulino Nuovo”; ogni sabato, si preparava il pane per la settimana, “si metteva lì in un sacco e si andava (poi) a prendere una micca di pane e si mangiava.”

Data la scarsità delle risorse, la dieta quotidiana non era particolarmente ricca: polenta e castagne nel latte erano alla base dell’alimentazione; si mangiava carne solo a Natale. Le uova e il burro venivano in buona parte venduti a Campo Ligure o a Mornese e con i soldi ricavati si comprava ciò che in cascina non si poteva produrre.
“Se si voleva andare mezzi vestiti, ma non vestiti (bene)… bisognava fare così.”
Gli animali pascolavano nei boschi perché l’erba dei prati veniva tagliata per fare il fieno per l’inverno.
“La marchesa (Spinola) faceva pagare un tanto all’anno… (i contadini in affitto) avevano pascoli, prati, campi e casa … i boschi no perché i boschi andavano e li stimavano e li vendevano. (…) I pascoli erano proprietà della casa. A pascolare (gli animali) andavano nei boschi. Nei prati, a quei tempi, le mucche non ci andavano perché le mucche, quando il prato è bagnato, lo rovinano perché scivolano e l’erba dove viene poi? (…) C’erano le brune alpine, che poi è la mucca più bella che ci sia: una mucca resistente. La mucca non veniva usata per lavorare, era da latte, quando la vendevano, la vendevano perché era vecchia e non andava bene né per il macellaio né per nessuno. (…) I vitelli, finché la mucca aveva latte… poi bisognava venderli.”
Un’esistenza certamente segnata da fatica e sacrifici; non mancavano, però, i momenti di festa. Le veglie erano un’occasione per stare insieme fino a tarda notte. Giovanni ricorda le serate trascorse nelle cascine Nebbie, Cornagetta e Tendivere, a parlare, a giocare a carte o ad ascoltare la fisarmonica.
Altri eventi importanti nella vita della comunità erano le fiere. A Capanne se ne organizzavano quattro durante l’anno: il 28 aprile, il 24 luglio, il 2 settembre e il 10 ottobre.
“C’era del bestiame allora… (la fiera si faceva) lì, sotto la trattoria (gli Olmi), ma c’erano le bestie così… a quei tempi, ci saranno state cinquanta coppie di buoi come minimo… poi venivano dei commercianti da fuori e portavano dei buoi piccoli… era bello una volta a Capanne! La fiera che fanno adesso, sì, è bellissima, ma non è paragonabile.”
Seppur distanti tra loro e situate in un’area periferica, le cascine erano conosciute e frequentate.
Durante il periodo della Resistenza, fino al tragico eccidio della Benedicta (6-11 aprile 1944), quando quelli che non vennero uccisi, furono costretti a fuggire e a nascondersi altrove, i partigiani si erano stabiliti a Tugello.
Giovanni racconta il clima di costante terrore che lui e la sua famiglia erano costretti ad affrontare, temendo continuamente ritorsioni da parte dei nazifascisti.
“Erano a Brignoleto. Da Brignoleto sono venuti a Tugello, che li avevamo in casa. Saranno stati una ventina, ma (forse) di più… di più… potevano essere anche una trentina. C’era un mio vicino che aveva un capannone, si sono messi lì, si facevano da mangiare e tutto quanto. Li avevamo sempre in cucina, a dormire nel fienile. Ci sono stati dei mesi. Poi il giorno del rastrellamento… c’era un genovese, che era il capo, il Leo, voleva sparare a quell’apparecchio (l’aereo “Cicogna”, che guidava dall’alto la spedizione contro i partigiani e) che girava, se ci sparava, c’erano i tedeschi vicini, venivano a Tugello e bruciavano tutto! (…) Erano tempi mica tanto belli.”
Oltre all’esperienza vissuta con i partigiani, di tanto in tanto, nelle cascine, arrivavano anche dei viandanti, persone in transito che si spostavano da un luogo all’altro, chiedendo ospitalità.
“Allora giravano, ma non facevano male a nessuno. Arrivavano qua, ci si dava un po’ da mangiare, un po’ di pane, un po’ di minestra, quello che c’era e poi se ne andavano e basta.”
Insieme a loro giungevano anche i cacciatori. Questi ultimi, rimanevano per qualche giorno, andavano a caccia al mattino e vivevano insieme ai Cabané.
“ A Tugello venivano i cacciatori. (…) Partivano da Isoverde, arrivavano a Tugello, ci stavano una settimana. Tutti i giorni andavano a caccia. Poi stavano magari un mese che non si vedevano più. (…) Andavano a dormire nel fienile, all’indomani mattina, a caccia! Poi arrivavano all’una, alle due, alle tre. Cacciavano lepri, pernici, tordi.”
Un tempo, gli animali selvatici erano assai più numerosi. Tra questi, le lepri, gli scoiattoli e le pernici rosse, oggi sempre meno presenti anche perché, come ricorda Giovanni, non vi sono i campi coltivati di un tempo.
“Quando si seminava il grano c’erano dei voli di pernici che andavano a raccogliere i semi. (…) Al mattino, quando incominciava a fare giorno, si sentivano i loro versi ca-ce-cee,ca-ce-cee, ca-ce-cee. Che bello era! E adesso non si sente più niente, che peccato!”.

Via via più rare di sono fatte anche le notti rischiarate dalle lucciole (“ciâbèlla”, nel dialetto di Capanne). La loro progressiva scomparsa, dovuta a molteplici fattori, come l’inquinamento luminoso, segna metaforicamente un cambiamento epocale. Giovanni descrive così quelle sere di inizio estate, di tanti anni fa, quando ancora ci si stupiva delle meraviglie della natura: “una volta era tutto chiaro! È un peccato che sparisca tutto!”
“È un peccato che sparisca tutto”. Semplice e spontanea, quest’ultima considerazione coglie con lucidità il senso della fine di un momento storico e, come spesso accade quando si dialoga con la cultura contadina, ci invita a riflettere sull’atteggiamento autodistruttivo della civiltà contemporanea.
Si ringrazia Paolo Ferrari per la cortese concessione dei materiali audio, che hanno reso possibile la stesura del presente articolo.
Le pubblicazioni, nonché i materiali audio e video relativi alla civiltà contadina di Capanne di Marcarolo, sono disponibili per la consultazione e l’acquisto presso le sedi dell’Ente di gestione delle Aree protette dell’Appennino piemontese.
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