Appennino News,  Attività Ecomuseo Cascina Moglioni

Gli studenti del Liceo Amaldi di Novi Ligure incontrano l’antropologo Adriano Favole nel “Teatro nella natura” dell’Ecomuseo di Cascina Moglioni

Il 24 ottobre scorso, l’Ecomuseo di Cascina Moglioni ha ospitato le classi quinte del Liceo delle Scienze Umane dell’Istituto Amaldi di Novi Ligure per una “lezione all’aperto” dell’antropologo Adriano Favole.

Hanno introdotto l’incontro, organizzato dal Liceo nell’ambito delle “Giornate arcobaleno”, il guardiaparco dell’Ente di gestione delle Aree protette dell’Appennino piemontese Maurizio Ferrando e la naturalista Fedra Gianoglio. I due accompagnatori hanno invitato gli studenti a interpretare il  paesaggio del parco (manufatti umani, montagne, torrenti, boschi e praterie) con lo sguardo attento di chi desidera conoscere questo lembo d’Appennino, al fine di cogliere l’interazione tra gli esseri viventi e gli elementi naturali che lo costituiscono e comprenderne le dinamiche, gli equilibri e la biodiversità.

La mattinata si è svolta nel suggestivo contesto del “Teatro nella natura” dell’ecomuseo, incorniciato dai boschi di faggio, dai prati da sfalcio e dalle montagne dell’altopiano di Marcarolo: luoghi di frontiera, spazi dell'”incolto” e del “selvaggio”, che hanno fatto da sfondo alle riflessioni di Adriano Favole, autore del libro “La via selvatica – Storie di umani e non umani”.

Il volume approfondisce appunto i concetti di “incolto” e “selvaggio”, definiti come l’insieme dei “non umani” la cui esistenza si intreccia e rende possibile quella degli umani stessi. La conoscenza del significato autentico di “incolto” è dunque, seguendo il pensiero di Favole, la nozione di cui abbiamo bisogno per uscire dalla contrapposizione tra Natura e Cultura e trovare vie alternative alla situazione conflittuale uomo-ambiente nella quale viviamo. Uno scontro – quest’ultimo – che, sempre secondo l’antropologo, ha avuto origine con la colonizzazione delle Americhe prima e del resto del mondo in seguito

È infatti a partire da quel momento storico che si è affermata una sempre più marcata prevaricazione da parte dei Paesi occidentali sulle popolazioni indigene, l’altro-umano, e sugli ambienti naturali, l’altro non-umano, dando origine a uno sfruttamento senza fine – o meglio, fino alla fine – dell’incolto o di ciò che ne resta nelle profondità della Terra. Un atteggiamento predatorio addirittura contrario rispetto a quanto accade, per esempio, presso gli abitanti di Ouvéa (Nuova Caledonia) tra i quali esiste un “incolto sacralizzato”, un’ “area tabu”, dove l’utilizzo delle risorse presenti, talvolta troppo accessibili e quindi facilmente esauribili, viene normato o vietato per tutelarle e garantirne la sopravvivenza nel tempo.

Per lo studioso, non tutto però è inesorabilmente perduto perché quella parte di “incolto”, sopravvissuta alle nefaste razzie dell’uomo, conserva in sé ancora grandi opportunità: può offrire un’alternativa all’Antropocene e aprire a una successiva epoca, definita “Koinocene”, la nuova utopia (fondata su un’antica realtà) di un mondo in cui gli umani prendono (o meglio ri-prendono) coscienza delle loro relazioni e partecipazioni, e del rischio che si corre a porre l’humanitas come solo perno del mondo.

Da qui il coinvolgimento attivo dei giovani (ma non solo), a quali viene lanciata la sfida di riscoprire l'”incolto” e attuare quel necessario cambiamento che le generazioni precedenti non hanno avuto il coraggio di perseguire.

Di seguito alcune foto del’iniziativa:

Foto di Ilaria Piano