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Successo della fiera del bestiame delle Capanne di Marcarolo 2025

Anche per il 2025 la fiera del bestiame delle antiche razze locali, organizzata dalle Aree Protette dell’Appennino Piemontese domenica 27 luglio, si è confermata una delle manifestazioni più apprezzate del territorio.

L’affluenza è stata numerosa, con una stima di circa 4000-5000 visitatori che, in linea di massima, si sono fermati per tutta la giornata nell’ambito della manifestazione.

La parte espositiva è stata caratterizzata dalla presenza di meno animali  rispetto agli anni passati (soprattutto bovini e ovi-caprini) esclusivamente per un rispetto prudenziale delle norme sanitarie comunicate dal Dipartimento di Prevenzione del Servizio Veterinario dell’ASL della provincia di Alessandria.

Bue montagnino (Tortonese-Varzese) con Oscar Macciò dell’Agriturismo I Piani di Masone (GE) – foto Alessia Torrigino

Erano comunque presenti le razze bovine locali dell’Appennino ligure-piemontese: le vacche Cabannine e i buoi Montagnini, simbolo della Fiera del bestiame delle Capanne di Marcarolo. 

cavallo Bardigiano e asino dell’Amiata – foto Alessia Torrigino

muli imbastati con carico di legna – foto Alessia Torrigino

Numerosi inoltre gli animali “da lavoro”, asini, muli, cavalli, che hanno dato prova, nell’arco dell’intera giornata, delle loro abilità di trasporto della legna e di traino di tronchi.

trebbiatrice del Tuscanin – video Alessia Torrigino

Evento clou dell’edizione di quest’anno, come dimostrazione di un possibile ritorno ad attività agricole tradizionali e a produzioni locali di altissima qualità, è stata la trebbiatura del grano coltivato alla cascina Saliera di Capanne di Marcarolo Superiori con l’originale macchina di Tuscanin, quella che è stata utilizzata “a cottimo” fino agli anni 60-70.

Numerose sono state, infine, le iniziative organizzate nell’arco della giornata: sfilate di antichi trattori e macchine agricole, dimostrazioni di cesteria e artigianato su legno e, per i più piccoli, laboratori dedicati alla preparazione del formaggio a cura dell’Azienda Agricola “I Corsi” di Valbrevenna (GE) e, nello stand dell’Ecomuseo di Cascina Moglioni, lettura delle Favole dell’Oltregiogo.

L’area stand, lungo la provinciale dalla Trattoria degli Olmi al Rifugio-Ristorante dei Foi, è ulteriormente aumentata con un incremento di produttori sempre più legati al territorio e alle produzioni locali ricco di eccellenze: formaggi, miele, ortaggi, frutta e derivati, ma  anche attrezzatura per attività agro-salvo pastorale, vestiario da lavoro e da pastore.

Di seguito solo qualche esempio:

Cascina Leveratta di Capanne di Marcarolo (Bosio AL) con ortaggi, frutta e miele del Parco delle Capanne di Marcarolo. Nel proprio laboratorio trasforma in confetture e sciroppi i propri prodotti.

Cascina Chiarella di Lerma: Coltivazione in maniera naturale senza l’uso di alcun tipo di diserbante né concime chimico, minime lavorazioni del terreno, dal seme al raccolto; i cereali prodotti vengono macinati a pietra direttamente in azienda. Tra i prodotti esposti farine e polenta macinati a pietra, prodotti in chicchi (farro monococco decorticato, orzo decorticato, grano saraceno decorticato, ceci, lenticchie di montagna, fagioli Azuki rossi), prodotti fioccati, ortaggi e frutta di stagione.

Apicoltura Oltregiogo di Bosio, Apicoltura Varacca di Mornese, Apicoltura Ferrando di Voltaggio – produttori locali pluripremiati che testimoniano come il territorio dell’Appennino Piemontese sia particolarmente vocato per questa tipologia di produzione.

Patate e aglio dell’azienda agricola Marchelli di Lerma, verdure-conserve-erbe officinali della azienda agricola Cascina Montesciutto di Fraconalto.

I Punti di Ristoro hanno anch’essi caratterizzato la Fiera con un’offerta culinaria tradizionale di altissima qualità: Il Rifugio Nido del biancone di Capanne di Marcarolo ha proposto hamburger di fassona piemontese; l’Agriturismo Cirimilla di Lerma e la Casa del Raviolo di Gavi hanno offerto i tradizionali ravioli alla borragine; l’Agriturismo Il Cucco di Casaleggio Boiro, sulla strada Cirimilla per Capanne, proponeva invece focaccini con farina di castagne da abbinare alla birra al miele dell’azienda agricola Baracca.

Molto apprezzata è stata inoltre la mostra fotografica “Ritratti in fiera” con foto di Marco Tiso, fotografo del Settore Biodiversità e Aree Naturali della Regione Piemonte, allestita nell’ambito di un progetto di promozione territoriale delle Aree Protette dell’Appennino Piemontese in collaborazione con Piemonte Parchi: 22 ritratti dedicati ai volti dei partecipanti all’edizione 2024 della Fiera del bestiame delle antiche razze locali di Capanne di Marcarolo.

La mostra rimarrà visitabile all’Ecomuseo di Cascina Moglioni fino al 30 settembre.

Al pomeriggio, come di consueto, si è svolta infine la premiazione di tutti gli allevatori da parte degli amministratori locali del territorio delle Aree Protette dell’Appennino Piemontese.

Perché un fiera dedicata alle razze locali dell’Appennino piemontese

Le razze locali rappresentano un vero e proprio bacino di biodiversità che incarnano storia, cultura, tradizioni del territorio.

L’Ente di gestione delle Aree Protette dell’Appennino Piemontese, tra le proprie finalità istituzionali, è impegnata da anni nella valorizzazione delle pratiche agro-silvo-pastorali tradizionali locali, attraverso la promozione dell’allevamento zootecnico di razze locali di bestiame e il recupero diretto di prati pascolo e prati da sfalcio.

In questo contesto viene organizzata ogni anno la Fiera del bestiame delle antiche razze locali di Capanne di Marcarolo a Bosio (AL) con l’obiettivo, nell’ambito di un piano di sviluppo socio-economico, di incentivare un’economia locale alternativa, in grado di competere sul mercato con l’alta qualità e la tipicità.

La razza “Montagnina” simbolo dell’Appennino delle quattro province

Fino agli Anni ’60 la Fiera del bestiame di Sant’Isidoro era l’evento più importante del territorio di Marcarolo. Organizzata tradizionalmente il 23 luglio di ogni anno, vedeva la partecipazione di centinaia di capi di bestiame bovino portati da allevatori provenienti da tutto il territorio dell’Appennino ligure-piemontese. A quel tempo la razza più diffusa nel territorio appenninico delle quattro province era la “Montagnina” (per i registri anagrafici razza “tortonese-varzese”), una razza molto rustica, considerata a triplice attitudine (latte, carne e lavoro).

Il suo aspetto è il tipico mantello fromentino (color frumento) con le corna a forma di lira dirette verso l’alto e ripiegate all’indietro e la taglia è media con un’altezza al garrese nei tori di 130-145 cm e nelle vacche adulte di 120-135 cm. Si tratta di una razza estremamente longeva, che può arrivare ad essere produttiva, in casi non poi così rari, fino all’età di 20 anni. Oggi, viene allevata sia per la buona produzione di latte (da 1.500 a 3.100 kg di latte all’anno) sia per l’ottima carne considerata di particolare sapidità, mentre l’utilizzo da lavoro è relegato ad attività dimostrativa e folcloristica.

La caratteristica peculiare del latte della ‘Montagnina’ è la maggior ricchezza di grassi e proteine rispetto a quello di altre razze (in media il 4% di grasso, il 3,5% di proteine ed il 5% di lattosio), mentre la dimensione dei globuli lipidici è minore, cosicché risulta più digeribile. La presenza inoltre di K-caseine di tipo B rende il suo latte particolarmente adatto alla caseificazione e alla produzione di ottimi formaggi. La sua capacità di pascolamento anche in zone impervie, la rende adatta a essere allevata sull’Appennino, anche in zone dove i foraggi sono tipicamente “poveri”.

L’importanza delle razze locali

Al giorno d’oggi l’allevamento industriale si fonda su un ristrettissimo numero di razze selezionate per la loro alta produttività e la capacità di adattarsi alle dinamiche degli allevamenti intensivi. Questo approccio mette in serio pericolo le razze locali, che rischiano di estinguersi rapidamente e in modo del tutto innaturale.

Eppure, proprio queste razze autoctone rivestono un ruolo fondamentale sotto molteplici aspetti: si adattano meglio a climi differenti e a territori anche impervi, frutto di un processo di selezione maturato nel tempo; risultano inoltre generalmente più resistenti a malattie ed epidemie rispetto alle razze commerciali, ma questo fattore sicuramente è dovuto anche alla tipologia di allevamento, praticato secondo pratiche estensive, biologiche e più attente al benessere animale e all’equilibrio ecologico. Ne derivano di conseguenza anche prodotti di qualità superiore e un impatto ambientale nettamente inferiore rispetto alle sicuramente più impattanti produzioni intensive.

Recuperare le razze locali significa salvaguardare un prezioso patrimonio genetico e valorizzare i prodotti artigianali legati alla storia, alla tradizione culturale e all’economia dei territori marginali spesso svantaggiati. Supportare queste realtà vuol dire anche sostenere i piccoli produttori locali che, spesso operando in condizioni difficili, si ritrovano a fronteggiare un mercato che rende sempre più difficile la loro sopravvivenza.

Un sistema alimentare equo, sano, rispettoso dell’ambiente e del benessere animale

Il tema di un sistema alimentare equo, sano, rispettoso dell’ambiente e del benessere animale, è di estrema attualità. L’impatto negativo dell’attuale sistema industriale di produzione della carne è ormai evidente, così come anche la necessità di una transizione proteica dei nostri sistemi alimentari verso opzioni più sostenibili e vegetali, riducendo il consumo di carne. Una reale opportunità la offre il nostro recente passato attingendo dalla nostra cultura materiale e dagli aspetti virtuosi della tradizione (saperi, pratiche), che hanno saputo garantire nel tempo l’equilibrio fra uomo e natura. La soluzione probabilmente non va ricercata rifiutando l’allevamento, ma cercando di cambiarlo orientando le politiche agricole verso chi mette in atto pratiche ecologicamente e socialmente sostenibili.

In Piemonte gli interventi programmati per soddisfare le esigenze individuate nel contesto dell’obiettivo specifico 6 del CSR (Complemento Sviluppo Rurale), riguardano prevalentemente l’adozione di pratiche agricole che concorrono a migliorare la gestione del suolo, nonché tutelare e valorizzare la biodiversità e il paesaggio rurale, mentre l’obiettivo specifico 9 è quello di migliorare la risposta dell’agricoltura alle esigenze della società sull’alimentazione e salute con alimenti sani, nutrienti e sostenibili, lotta agli sprechi alimentari e tutela del benessere animale.

A livello settoriale emerge la necessità di accompagnare e sostenere sempre con maggior forza il comparto zootecnico verso modelli di allevamento più sostenibili ed etici. Tra gli interventi più significativi in termini di dotazione finanziaria figurano il pagamento per la gestione di pascoli permanenti e l’allevamento di razze animali autoctone a rischio di estinzione/erosione genetica.

Il recupero dei prati per la conservazione delle specie e degli habitat comunitari

Le aree prative sono state create dall’attività dell’uomo e sono state mantenute nel tempo grazie all’attività agricola e al pascolo. La creazione delle aree prative ha portato molte specie vegetali e animali ad adattarsi a questo habitat. Nel corso della coevoluzione molte specie sono diventate intrinsecamente unite a questi habitat diventando esclusive. Un complesso mosaico di ecosistemi e specie associate si è formato e stabilizzato. Questo sistema agroecosistemico è stato stravolto negli ultimi decenni dalla eccessiva meccanizzazione dell’agricoltura, dal sovrapascolo, dall’urbanizzazione oppure dall’abbandono delle aree agricole meno redditizie. I prati da sfalcio e i pascoli, se non utilizzati dall’uomo, tendono in maniera naturale a essere ricolonizzate dal bosco. In questo modo una grande parte di biodiversità viene persa e il territorio diviene più omogeneo ed uniforme. La banalizzazione lo rende anche più sensibile, ad esempio, ai cambiamenti climatici e alle invasioni da parte di specie aliene, soggetto ad estinzioni locali, meno fruibile e meno redditizio. Questa porzione di biodiversità è pertanto tutelata dalle normative europee ed è considerata “man-dependent” ovvero che la sua sopravvivenza dipende dall’attività dell’uomo. L’Ente di Gestione ha tra i suoi doveri quello di salvare e conservare a lungo termine gli habitat e le specie minacciati di estinzione e protetti a livello comunitario. In questo caso conservare significa agire per mantenere le aree di prato pascolo e le specie che ne dipendono. Un’agricoltura sostenibile e il pascolo opportunamente gestito sono elementi chiave, che consentono il mantenimento della maggior parte degli habitat semi-naturali.

Tra le specie animali strettamente legate ai prati vi sono molti invertebrati tra i quali i più noti sono le farfalle. Il Piemonte ospita oltre un terzo delle specie Europee e tra le specie più minacciate di estinzione troviamo in Europa le specie legate alle praterie. Sono ben sedici le specie italiane sono rigorosamente protette dalla Comunità Europea.

L’abbandono delle aree rurali o il loro degrado non genera quindi solo una perdita economica e culturale ma anche la perdita di una grossa fetta del nostro patrimonio naturale.